iDeutsches Historisches MuseumMitte
Una mostra comparativa sulla violenza coloniale e nazista nel XX secolo: razzismo, lavoro forzato e campi di concentramento, tra analogie e differenze dei due regimi.
Ci si trova tra due teche di vetro: a sinistra, una frusta chiara di pelle d’ippopotamo; a destra, una lattina vuota e arrugginita di Zyklon B proveniente da Auschwitz. A quale regime appartengano sembra ovvio. Eppure, come osserva la NZZ, anche nei campi nazisti si moriva a colpi di frusta, mentre nelle guerre coloniali si usavano gas velenosi.
La mostra ripercorre la storia di un confronto, dal 1900 al 1960. Già negli anni Trenta, pensatori anticoloniali, politici e sopravvissuti alla Shoah accostarono il potere coloniale a quello nazista. Seguono sale dedicate a razzismo e antisemitismo, lavoro forzato e fascismo coloniale. Un fenomeno non ha un corrispettivo coloniale: la parete di fronte a un enorme plastico di Auschwitz è lasciata vuota.
Per taz, la mostra è vivida e complessa, capace di condensare senza banalizzare. Il critico della NZZ ne è uscito arricchito ma sopraffatto, e avrebbe preferito meno opere e conclusioni più chiare. Si trova nel seminterrato del Pei building; i testi sono in inglese e tedesco. Il biglietto costa 7 € (3,50 € ridotto). Il martedì dalle 16 alle 18 e il sabato dalle 10 a mezzogiorno sono previste fasce tranquille senza gruppi.
Uno sguardo comparativo alle violenze coloniali e naziste del XX secolo, dal razzismo al lavoro forzato e ai campi di concentramento, che mette in luce le somiglianze e le differenze tra i due regimi.
Le due teche all’ingresso
Cerca la frusta chiara di pelle d’ippopotamo accanto a una lattina vuota e arrugginita di Zyklon B proveniente da Auschwitz, che mostra ancora l’emblema con il teschio e la scritta «Giftgas!».
La bomba a gas italiana
Una bomba a gas italiana originale della guerra d’Etiopia del 1935-36 è sospesa sopra la testa.
Il Bombardamento in Africa Orientale di Ambrosi
Un dipinto futurista del 1936, visto dall’alto, raffigura un aereo da guerra idealizzato: le bombe sollevano piccoli sbuffi, simili a fumo di sigaretta, sopra un paesaggio disabitato dell’Africa orientale. Di fronte, una fotografia a grandezza naturale di Haile Selassie.
Il plastico di Auschwitz e la parete vuota
Un enorme plastico di Auschwitz realizzato da uno scultore polacco è rivolto verso una parete lasciata spoglia, perché in questa sala non esiste un corrispettivo coloniale.
La sala di Rhodes
La mostra si conclude con istantanee della comunità ebraica di Rhodes: ragazze durante l’ora di educazione fisica a scuola, donne con il cappello davanti a un caffè, uomini del club Maccabi in posa in abito nel 1938.
Vuoi un verdetto netto sul confronto: la NZZ ha giudicato vaga e basata su associazioni gran parte della mostra.
Ingresso gratuito per i minori di 18 anni.
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