iLa Biennale di Venezia (Giardini & Arsenale) · Castello
Chiara Camoni riempie la Tese delle Vergini all’Arsenale con 24 sculture a grandezza naturale, intrecciate con piante, fiori, materiali plastici e detriti, a cura di Cecilia Canziani.
Entrando, ti trovi quasi al buio e distingui una folla: 24 figure femminili in terracotta, poco più alte di te, cosparse di erbe, pietre, foglie e frammenti di plastica raccolti da Chiara Camoni nei pressi del suo studio. Una di loro tiene in mano due ciotole di ceramica di Fausto Melotti.
La seconda delle due Tese delle Vergini è l’opposto: tutta luce del giorno, con le finestre e la porta aperte. Ospita un villaggio a metà costruito, composto da sculture-arredo in verderame: una casetta, una tenda, una panchina. Al centro, una Venere e tre odalische sono sdraiate ai lati di un pavimento in plastica riciclata che brilla come l’acqua. Venezia ha speso miliardi per il MOSE, così da tenere fuori l’acqua; Camoni ha realizzato un pavimento che sembra soltanto allagato.
Federico Giannini di Finestre sull’Arte ha parlato di «notevole intensità poetica», ma ha avvertito che il disordine calcolato può trasformarsi in una «cacofonia che respinge più di quanto accolga». La mostra è all’Arsenale ed è compresa nel biglietto della Biennale da 30 €, da martedì a domenica, dalle 10 alle 18, fino al 22 novembre.
La foresta delle Sorelle
Nella prima sala in penombra, 24 figure in terracotta, leggermente più grandi del naturale e modellate a colombino, si ergono tra i visitatori, con foglie, pietre e frammenti di plastica premuti nei loro corpi.
La figura con le ciotole di Melotti
Cerca la figura femminile che tiene tra le mani due ciotole di ceramica di Fausto Melotti: è una delle opere in cui Camoni lavora con oggetti di altri artisti.
Il lago di plastica
Una Venere e tre odalische sono sdraiate ai lati di un grande pavimento in plastica riciclata, la cui superficie riflette la luce del giorno come l’acqua.
L’anfora e il film
Il video di Alice Rohrwacher What Remains, che rielabora materiali del suo film La Chimera, è accostato a un’anfora del VII secolo a.C. concessa in prestito dalla Fondazione Rovati.
La piazza affacciata sul giardino
Al centro della luminosa seconda sala, le sedute convergono verso una piccola piazza che, attraverso la porta aperta, si affaccia sui grandi alberi del giardino.
Gli ambienti ingombri ti stancano: il critico di Finestre sull’Arte ha definito il disordine intenzionale una cacofonia.